Lontano da vicino
INAUGURAZIONE 15 MAGGIO
16 maggio – 27 giugno 2026
trart – viale xx settembre 33, Trieste
<<La mia non è pittura, non l’ho più considerata tale da quando ho smesso con la materia che sporge, ma ho iniziato a fare entrare la materia al di là della tela>>. Così Manuela Sedmach in una lettera al critico d’arte e amico Elio Grazioli, pubblicata nel volume Manuela Sedmach, Liminal.
…far entrare la materia al di là della tela, questa è la chiave per capire le sue opere, mai semplici paesaggi, ma luoghi mentali da guardare, dove posare lo sguardo per poi lasciarsi trascinare in quelle potenti visioni e vagare con l’immaginazione là dove i pensieri risiedono.
Sono gli stessi titoli dati ai vari cicli pittorici a fare riferimento a un pensiero: Dubito ergo cogito, Em Lugar algum (In qualche luogo), In nessun luogo, Dove, Liminal, Heimlich e non a un dato fisico particolare e specifico, perché la pittura di Manuela Sedmach è Manuela Sedmach.
Opere lavorate con una forza fisica enorme: strati e strati di colore sovrapposti in gradazione e stesi con la pennellessa, da cui lentamente le immagini appaiono, nascono si concretizzano come in un procedimento alchemico che si avvicina molto alla fotografia analogica.
Tele quasi sempre orizzontali anche di grandi dimensioni o altrimenti quadrate, che presentano una superficie liscia in cui la materia quasi non si percepisce.
L’immagine di base è spesso il deserto, inteso come un luogo immenso e lontano, apparentemente immobile, ma in realtà perennemente in movimento. Manuela Sedmach lo percorre mentalmente proponendo infinite variazioni sul tema: distese di sabbia mosse dal vento con avvallamenti, orme, dune in cui la luce definisce lo spazio delineando perfettamente la linea d’orizzonte, unico elemento che ci permette di uscire dal concetto astratto.
La forma non esiste, semmai delle tracce o apparizioni che a guardarle attentamente potrebbero anche scomparire sospinte da un vento eterno e costante. Il suo interesse non è tanto di rappresentare l’immagine del deserto, ma di sentirlo a tal punto che le sue tele sono il deserto, come scrive l’artista in un’altra lettera.
Manuela Sedmach insegue il proprio demon, o quella necessità interiore, come scriveva Kandinsky, che la spinge alla ricerca di quel quid inseguito da chi dell’arte fa una ragione di vita, alla ricerca dell’idea di infinito sulla scia dei grandi romantici.
In alcuni suoi cicli dai fondi di un tono cromatico inconfondibile, appaiono ombre che noi interpretiamo come figure umane, forse stimolati dal titolo: Guardatori, o fiori di campo come in Liminal o ancora ortensie come in Occhi bianchi, che sembrano più impronte provenienti da tempi e luoghi lontani che dalla contemporaneità, forse materializzazione di idee o evocazione di ricordi.
Ed è proprio il rapporto spazio/tempo che nelle opere di Manuela Sedmach sfida la nostra percezione spostando l’immaginazione verso un altrove che è il luogo sempre ricercato dagli artisti di ogni tempo.
